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“Enrichissons-nous de nos différences mutuelles” Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze (Paul
Valéry)
Quando i miei cinque e contadini sensi vedranno Quando i miei cinque e contadini sensi vedranno, Le dita scorgeranno il verde dei pollici e con l'occhio Vegetale della luna dell'unghia noteranno che amore, Pula di giovani stelle e manciata di zodiaco, è sbucciato nel gelo e messo via per l'inverno; I mormoranti orecchi lo vedranno, amore a suon di tamburo Condotto per brezza e conchiglia verso una spiaggia dissonante, E, stretta da lacci alle sillabe, la lincea lingua griderà Che le piaghe amorose di lei hanno un amaro rammendo. Le mie narici vedranno il suo fiato bruciare come un rovo.
Il mio cuore unico e nobile ha testimoni in tutte Le contrade d'amore, che svegli andranno a tentoni; E quando cieco sonno cadrà sui sensi spianti, Il cuore sarà senso, anche se crepino cinque occhi.
(Dylan Thomas, Poesie, Torino, Einaudi, 1981, p. 49)
"TRA SCIAMANESIMO E BIODIVERSITà" cONVEGNO SEGNALI DI FUMO
LA NOSTRA ACQUA è L'ACQUA DI TUTTI: abbiamo un solo pianeta, abitiamo sotto lo stesso sole. L'associazione Caracult (con la pubblicazione FUORIVISTA e il supplemento CINESTESIE) vuole manifestare uno dei suoi precisi intenti, cercando di raggiungere, intervistare, mettere in contatto e coinvolgere soggetti interessati a una tematica comune, che - avviata con gli eventi in difesa delle RISORSE IDRICHE - sta sviluppandosi via via con grande slancio: si tratta della ricerca e dell'impegno sulle tematiche della BIODIVERSITà, alla luce dei nostri studi SINESTETICI e INTERDISCIPLINARI.
A partire dalle esperienze maturate su Cinema/Acqua/Ragazzi, grazie alla collaborazione con l'Associazione Gli Anni in Tasca e oltre l'intervista a seguire - che coniuga il documentario con la testimonianza di antiche tradizioni inerenti la civiltà contadina emiliana - intendiamo proseguire il nostro "viaggio" mediante altre interviste, intese a conoscere e far conoscere i temi complessi della salvaguardia della BIODIVERSITà.
In occasione del recente Convegno Mondiale 2008 di Agricoltura Biologica a Modena, abbiamo parlato con Gino Girolomoni (padre dell'Agricoltura Biologica italiana, fondatore di "Alce Nero" e promotore della rassegna di cinema CORTI E MANGIATI).
Inoltre, abbiamo intervistato Carlo Pagani (vivaista di Budrio e maestro giardiniere in Italia (416 SKY) che ha visto nel recupero di antichi fiori e frutti DIMENTICATI (con l'amorosa collaborazione di Tonino Guerra), non soltanto un ritorno economico, ma una mission che ha fatto bene all'intero settore.
Segnaliamo infine la nostra VIDEO INTERVISTA a VANDANA SHIVA: (della quale siamo molti onorati: Vandana ha in mano la rivista FUORIVISTA/FINZ FESTIVAL), in occasione della sua presenza a Bentivoglio (BO) luglio 2008, per la sempre interessante rassegna EVOCAMONDI.
A breve queste interviste saranno disponibili nel nostro sito!
Introduttivamente, inseriamo qui la recensione e la prima intervista agli amici di SLOWFOOD Modena e al loro video "STORIA DI TERRA E DI REZDORE". 15 Maggio 2008 -RECENSIONE"Storia di terra e di Rezdore" - Ovvero come eravamo - Dall'Antico allo Slowfooddi Stefano Mandelli Di lavori e ricerche come quella di Cherchi e Lusoli ne abbiamo un grande bisogno. Ed è urgenza la parola a cui penso, perché in un’epoca di reale degrado culturale come la nostra – vi prego lasciatemelo dire - questi testimoni e testimonianze che pescano nella memoria di un’Italia che non c’è più, possono dare un senso e regalare un appiglio dal quale ripartire alle generazioni più giovani. Storia di terra e rezdore*, progetto sostenuto dalla Provincia di Modena e realizzato da Slow Food Italia con la partecipazione dalla Cineteca di Bologna, raccoglie oltre 160 testimonianze di agricoltori, allevatori, pastori, beccai, casari, cuoche, mondine, pescatori, cantori, sacerdoti, raccoglitori ed artigiani che con passione raccontano quella cultura materiale, contadina ed enogastronomia, che per decenni ha animato la provincia di Modena. I cinquanta minuti del montaggio finale sono dunque un manifesto per Slow Food, un modello esportabile a tutto il territorio nazionale, ma che aldilà del valore intrinseco per l’associazione possono rappresentare una modalità di recupero di memorie altrimenti perdute di inestimabile valore. E qui la registrazione audiovisiva rappresenta uno strumento fondamentale, perché molte delle interviste sono realizzate sul campo quasi a voler mostrare con orgoglio quella biodiversità vegetale ed animale chi si mantenne fino agli anni Sessanta, e che andò ad estinguersi in seguito al “boom” industriale che proprio in quegli anni stava esplodendo. Nelle stalle, nei caseifici, nei frutteti, nelle cucine dove le ultime rezdore svelano i propri segreti, ogni gesto viene registrato per essere tramandato ai posteri. In questo percorso, che nel suo divenire sa coinvolgere emotivamente lo spettatore, riaprendo gli scompartimenti più dimenticati della memoria di ognuno, la cucina è il naturale prolungamento della vita in campagna, nei campi e nell’orto, dove la donna – la padrona di casa – tira la sfoglia per preparare tagliatelle, maltagliati, tortellini, e cuoce il pane, le crescentine e lo gnocco fritto, usando vere e proprie doti sapienziali tramandate di generazione in generazione. Ma vediamo con le parole di Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e ancora oggi anima dell’associazione, qual è il quadro dell’agricoltura modenese che da queste interviste emerge: Erano presenti… “In pianura poderi mezzadrili da 10 ettari dove prevaleva la policoltura-allevamento, rotazione di leguminose per il foraggio del bestiame e graminacee (soprattutto grano, e dopo anche mais); la stalla con le vacche bianche che servivano da lavoro, da carne e da latte ceduto poi a piccoli caseifici che, oltre a trasformare il parmigiano reggiano, con il siero mandavano avanti le porcilaie; i filari di lambrusco «maritati» all’olmo che producevano già per le cantine sociali. Si trattava, dunque, di un sistema agricolo di tipo perenne, che aveva imparato la lezione degli inglesi”. “In montagna, invece, prevalevano i piccoli poderi di proprietà che davano però solo prodotti per la sussistenza: niente nasceva per il mercato. I contadini compravano solo il sale, e poche altre cose, pagando con le uova. Era invece ancora fondamentale la castagna, la farina più diffusa”. Un mondo povero, che se confrontato con la nostra attualità appare lontano secoli, dove resistono con forza dei personaggi, definibili soltanto come “mitici”, come ad esempio gli ultimi due mezzadri che vivono nell’alto Appennino modenese, e che ancora oggi versano il 30% del raccolto al proprietario terriero. In un contesto del genere questo lavoro può essere precursore di un rinnovato interesse verso la nostra tradizione povera e contadina, così importante ma così dimenticata. La nostra società dovrebbe sentire il dovere di raccontare e tramandare queste storie, ora e prima che sia troppo tardi, tenendo ben presente che nel giro di un paio di generazioni tutto ciò sarà soltanto un ricordo che ai più non sembrerà mai esistito. E quindi perché non seguire l’appello lanciato da Carlin Petrini alla platea bolognese dello Slow Food on Film, e cominciare a registrare, con le tecnologie leggere che oggi permettono a chiunque di confrontarsi con l’audiovisivo, queste memorie che ormai sfiorano soltanto la nostra frenetica contemporaneità, così da creare un album universale legato alla cultura materiale. * Sottigliezze linguistiche: in case di campagna/fattorie, definite corti, la regina del focolare era la Reggitrice (Rezdora) SECONDO INCONTRO: INTERVISTA agli ideatori e registi di "Storia di Terra e di Rezdore" Qual è stata la genesi del vostro lavoro? CHERCHI: Il presidente della provincia di Modena – persona di origine contadina profondamente legata alla terra – aveva l’idea che le rezdore e le sfogline stanno scomparendo. Il suo era un approccio classico, caro alle generazioni nate dal dopoguerra in avanti, che guardava al recupero di questa memoria, ma che rischiava di portate a qualcosa di scritto. L’idea originale era quindi quella di fare un libro di ricette e piatti delle rezdore e lui stesso ha voluto coinvolgere Slowfood. Slowfood ha valutato la cosa e mi ha contattato in quanto io responsabile del territorio. Il progetto a me piaceva anche perché ci stavo pensando da tempo, ma la mia idea era che questo recupero di tradizioni non dovesse passare banalmente da un libro; la forma scritta non era adatta perché al giorno d’oggi i mezzi di comunicazione offrono sicuramente forme migliori e più consone a lavori di questo tipo. Un approccio del genere l’avevo già provato in due distinte occasioni: sempre con SlowFood, durante la collaborazione per un libro di ricette dei parchi della Provincia di Modena, avevo intervistato un anziano, che compare anche nel nostro documentario. Riprendevo in presa diretta e rivedendo il filmato in un secondo momento questo mi era piaciuto. Così ho fatto anche con mia madre intervistandola sulla sua infanzia, con la camera fissa o con movimenti molto naturali, tutto in presa diretta, nessuna domanda precostituita. Questo modo di fare consentiva di recuperare una documentazione molto superiore. C’erano già dei filmati di questo tipo, penso a quello sull’aceto balsamico e le acetaie, girati però in modo molto canonico. Quello che ho proposto era quindi di usare la videocamera, cercando di utilizzare anche dei professionisti come operatori. È nato quindi questo progetto che aveva al centro le interviste filmate. I problemi veri sono stati: come scegliere le persone, di quali argomenti parlare, come impostare l’intervista stessa. Questa parte di lavoro è stata seguita quasi per intero da Nico Lusoli, io ho cercato di fare soprattutto il coordinamento. L’idea di fondo uscita subito era quella di considerare la provincia di Modena come un’unità non omogenea, con piccole comunità che hanno storie differenti. Dovevamo avere la capacità di scegliere intervistati che coprissero tutto il territorio, con le conseguenti realtà storiche ed argomenti da approfondire. Qui il tema poteva essere: concentriamoci sulle rezdore e quindi sulla cucina, e invece la nostra grande scelta è stata quella di recuperare la civiltà contadina nella sua interezza. Non c’era la cucina staccata dall’agricoltura, ma un unicum, e dunque rappresentare il rapporto tra uomo e cibo nella civiltà contadina modenese. Dovevamo perciò avvicinarci a tutte queste realtà: ai contadini e alle cuoche o viceversa. Proprio per questo il lavoro diventava molto corposo: non solo ricette, ma prodotti, materie prime, il saper fare, anche dell’agricoltura. Ritornando all’aspetto di selezione delle persone, questo c’è costato molto tempo. Avendo la provincia dalla nostra parte sono stati mandati dei comunicati ovunque, ma le istituzioni non hanno recepito molto il messaggio. Ci sono serviti di più i contatti sul territorio e il passaparola che è nato. In alcuni casi alcune persone sono andate prima dagli intervistati, per conoscerli e fare delle vere e proprie prove. LUSOLI: teniamo presente anche l’aiuto che è arrivato dal comitato scientifico. Su questo, su alcune conoscenze che avevamo sul territorio, e talvolta anche improvvisando abbiamo incontrato i nostri personaggi CHERCHI: per la montagna un grande aiuto è arrivato da un mio caro amico Bruno Bosi. Lui che conosce tantissimo il territorio, si è appassionato al nostro lavoro e andava di casa in casa, e così è arrivato a scoprire tanti personaggi. Forse questo dell’improvvisazione è stato il modo migliore per scovare dei personaggi all’interno di una ricerca come la vostra, anche perché tutti questi caratteri che si susseguono sullo schermo sono portatori di un substrato culturale antico e ormai sconosciuto. CHERCHI: e infatti in questo modo abbiamo avuto una buona distribuzione tra personaggi “istituzionali” e personaggi completamente spontanei. LUSOLI: è stato importante integrare i due approcci, anche perché il risultato è un prodotto eterogeneo nella sua trasposizione video. CHERCHI: siamo quindi arrivati ad avere circa duecento ore di filmato con più di centocinquanta personaggi. Dunque da queste ore è stato estratto un primo DVD? LUSOLI: si, abbiamo fatto questo primo breve montaggio per la provincia - che noi chiamiamo il “promo” della ricerca - tra l’altro visibile anche on-line su googlevideo. CHERCHI: la verità è che essendo così tante sia le ore di girato che gli argomenti nasceva il problema del come ordinare il tutto. Un fatto interessante è che il lavoro è un work in progress, che abbiamo implementato più di una volta. LUSOLI: il nostro non è un lavoro chiuso CHERCHI: tra l’altro è stata fatta la trascrizione dei testi delle interviste, e in più tutto è stato catalogato, e dove necessario risistemato con un lavoro di editing. Questo mi fa pensare a come anche gli operatori non siano abituati a lavorare in presa diretta. Ma per noi era fondamentale mantenere la spontaneità dei soggetti. Riflettendo su quello che usciva dalle interviste siamo arrivati all’idea di raccontare una storia, una delle tante che poteva essere raccontata usando il materiale, un racconto collettivo, un collage che narrasse la fine dalla civiltà contadina in provincia di Modena. Nico ed io abbiamo lavorato assieme per raggiungere questo risultato. LUSOLI: abbiamo selezionato una serie di personaggi per i contenuti, ma anche per le emozioni che ci avevano dato, per la loro forza di comunicare. E il documentario proiettato in cineteca è effettivamente molto emozionante LUSOLI: abbiamo cercato di raccontare una storia anche attraverso le emozioni che questi personaggi potevano dare. Perché tutti avevano delle cose interessanti da raccontare, ma la nostra scelta è caduta su quelli che avevano più forza, che “bucavano lo schermo”. CHERCHI: non solo c’era tanta gente che diceva cose importanti, ma soprattutto c’era gente che si esprimeva con tutto il corpo, con delle gestualità del tutto naturali. Questa unione tra contenuti e gesti antichi l’abbiamo cercata anche perché ci siamo resi conto dell’importanza che aveva. Per questo siamo andati a ricercare scene che in un primo momento non avevamo potuto riprendere, ad esempio la scena del metato – l’essiccazione delle castagne – l’abbiamo fatta più recentemente. Un’altra idea che ho in mente è quella di rifare la medda, che è un’antica tradizione della montagna che consiste nella realizzazione di torri di paglia altissime. Ci sono ancore le persone che la sanno fare, ma purtroppo non si fa più. Ma non vorrei che diventasse una cosa troppo agiografica, oppure da sagra paesana. Vorrei che fosse un evento rivissuto oggi ma con la spontaneità vera di queste persone. Rivivere con la memoria un proprio saper fare. Dopo quello che avete chiamato promo come siete arrivati alla versione vista alla SlowFood On Film? CHERCHI: In sostanza il promo di 14 minuti ci stava stretto, perché il materiale era tanto e si poteva realizzare qualcosa di più importante. Il lavoro per noi continua, anche quest’anno sono state fatte delle interviste. E in più abbiamo lavorato a un libro con DVD che uscirà a settembre, dedicato alla cucina, dove ci sono 30/40 ricette e i racconti filmati delle donne che rifanno questi piatti. Nel libro saranno approfonditi gli argomenti delle ricette e l’introduzione parlerà proprio dei grandi temi: agricoltura e cucina, i grandi prodotti e molto altro. Nel frattempo stiamo anche lavorando per mettere in rete tutta la ricerca, con un vero e proprio motore che permetterà a chiunque di accedere, ricercare e consultare questo materiale, anche per parole chiave, proprio perché i modi di leggere questo materiale sono infiniti, dal solo tortellino, alla donna in cucina, alle sapienzalità contadina. Per arrivare al punto, quando la cineteca aveva visto i 14 minuti se ne era innamorata e ci ha proposto subito di lavorare sul materiale. Noi avevamo già pronta la nostra sceneggiatura, l’abbiamo completata e da lì siamo partiti. Il risultato è quello che si è visto al festival ed è qualcosa di già organizzato. Manca a dir la verità ancora qualche capitolo che avevamo previsto, ma abbiamo ascoltato anche i consigli del montatore. LUSOLI: proprio il montatore è stato un ottimo assistente. Il suo occhio ci è servito tantissimo. Noi lavoravamo sui contenuti, lui sulla forma. In ogni caso abbiamo seguito passo per passo l’intero lavoro anche di montaggio, non abbiamo dato carta bianca. La Cineteca di Bologna si è rivelata quindi un partner ideale? CHERCHI: assolutamente, loro sono stati capaci di cose incredibili, ripulendo immagini e suono in modo perfetto. Hanno tecnicamente recuperato il massimo dal nostro lavoro. Ritornando al documentario mi soffermerei su uno degli elementi che colpisce di più e cioè l’importanza che emerge delle immagine del saper fare “con le mani”. CHERCHI: infatti la gestualità è al centro della ricerca e quello che abbiamo imparato è che per recuperare tutto questo i libri servono a poco o niente. Abbiamo scoperto che esiste un modello del tramandare nella civiltà contadina che è basato sull’imitazione del comportamento altrui. Tutti i saper fare – dalla campagna alla cucina – erano basati sul fatto di vivere le esperienze, di veder fare fin da piccoli certe cose e di conseguenza imparare a farle. Non solo, un altro messaggio enorme che emerge e che l’aver reciso il legame fra la campagna e questo tipo di esperienze è una delle cose che ha provocato il distacco che oggi viviamo tra le generazioni. Anche chi continua a fare questi lavori, in realtà non li tramanda più. Il tramandare era di quella civiltà, di quel modo di organizzare la vita, di quel modo di essere. Anche il DVD che uscirà sulle ricette è molto bello, proprio perché mostra una realtà in qualche modo disturbata, nel senso che i piatti vengono fatti ma gli ingredienti non sono più quelli. Tutto è completamente decontestualizzato, le materie prime che si usano non sono adatte ad essere manipolate come le manipolano le sfogline o le cuoche di oggi, sono materie prime fatte per essere manipolate da un’industria, per una cucina che è fast e non è slow. Proprio per questa componente di imitazione del gesto l’aver usato il mezzo audiovisivo si è rivelato la scelta giusta? CHERCHI: si è fondamentale, ma forse scopriamo qui che anche l’audiovisivo non è sufficiente. Ci vuole la scuola, il lavoro dell’educazione al gusto non può bastare, bisogna educare anche al saper fare, educare ai gesti e al comportamento, educare al rapporto con la natura e con gli altri. Quindi saper usare il proprio corpo e i propri sensi come strumento di esperienza e di conoscenza del mondo. E questa conoscenza passa attraverso l’uso di cervello, corpo e sensi, e questo porta poi al fare le cose. E tutto questo è esattamente quello che oggi non c’è, quello che la scuola ha completamente perso. Il vero problema che si pone è questo: il modo di conoscere dell’uomo è stato spazzato via e sostituito da un nuovo modo di conoscere basato su una cultura di tipo orale e se vogliamo simbolica. Io dico sempre che la mia generazione, qualsiasi cosa debba fare, va a cercarsi un manuale, perché leggendo si impara a fare le cose, ma non è assolutamente vero. Per centinaia e migliaia di anni le cose sono state insegnate senza libretti di istruzione, eppure sono state imparate, siamo progrediti, migliorati e tanto altro. E se ci fermiamo a riflettere possiamo vedere come questo antico modo di tramandare sia probabilmente alla base dell’attuale ricchezza dell’industria che abbiamo qua. Questo perché quasi tutte le esperienze imprenditoriali sono legate a persone che sanno fare, e sono cresciute con la cultura del saper fare. E la cosa straordinaria è proprio questa. In fondo si è sempre pensato all’antitesi tra il tramandare scritto e il tramandare orale, ma entrambi appartengono allo stesso tipo di tramandare che non ha niente a che fare con il vero tramandare, perché il linguaggio viene usato pochissimo. Il linguaggio serve quando non puoi far vedere le cose, e in questo tipo di tramandare è assolutamente secondario, perché è il comportamento quello che conta. Possiamo dire che quello che i personaggi dicono ha il suo peso, superato però da quello che fanno? CHERCHI: e poi parlano di cose che non si imparano ascoltandole, parlano di cose che si imparano facendole È importante sottolineare anche come queste cose o si raccontano adesso oppure se si dovessero far passare altri anni non potrebbero essere più raccontate… CHERCHI: intanto noi siamo già incappati in una generazione, quella che abbiamo intervistato noi, che salvo eccezioni è nata negli anni ’30. E non a caso la prima intervista parte con “sono nato nel 1931…”, proprio per dare un inquadramento che da lì in avanti sarà universale. Dal 1950 in avanti c’è stata una frattura netta col passato, c’è stato un cambiamento epocale che queste persone hanno vissuto. LUSOLI: abbiamo scelto di intervistare gente che ha vissuto il cambiamento, nati all’interno di un sistema statico, che poi è stato sconvolto. E questo periodo si estende quando si va in montagna, un po’ perché un certo tipo di progresso è arrivato più lentamente, lì hanno vissuto di più all’interno di un sistema agricolo precedente la grande rivoluzione della fine degli anni ’50. E hanno per questo una memoria più forte rispetto a certi tipi di esperienze, e si differenziano molto rispetto alla gente di pianura che è venuta a contatto più velocemente con un sistema intensivo. E uno dei primissimi intervistati, un proprietario terriero scomparso poche settimane fa, disse una frase bellissima, vale a dire che il sistema agricolo di oggi, che ha portato la ricchezza nella provincia di Modena, vive ancora del vecchio sistema, e noi stiamo ancora godendo dei benefici nonostante ci siano stati dei grandi cambiamenti da più di trent’anni. Bisogna però fare attenzione perché le cose stanno per cambiare e lui stesso sosteneva di non sapere quanto questo sistema precario resisterà, e probabilmente stiamo andando verso un crollo. E tra l’altro le rivoluzioni alimentari che ci sono state a livello mondiale nel 2008 per me possono essere dei segnali in tal senso. A tanti, e penso ai giovanissimi, queste immagini potranno sembrare preistoria. Ma se ci fermiamo a pensare ci rendiamo conto come soltanto alcuni decenni ci separano da quegli anni. E per questo noi siamo profondamente legati a quel mondo, e il problema è che non ce ne ricordiamo mai. Dal mio punto di vista il vostro documentario sa comunicare anche questo. LUSOLI: anche questa è una chiave di lettura ed è bello che ci siano svariati modi di leggere il documentario, e questo ci fa piacere perché sono interpretazioni a volte diverse dalla nostra con le quali è costruttivo confrontarsi. Il film, come dicevamo, ha indubbiamente un’intrinseca funzione didattica. Non pensate di rivolgervi proprio alle scuole per proporre la proiezione del film? CHERCHI: Noi vogliamo lanciare un messaggio. Che è quello a cui accennavamo prima: le nostre città sono piene di anziani che hanno completamente reciso il legame con i più giovani. Questo ponte tra le generazioni non c’è più, e se penso alla mia esperienza è stato fondamentale. Perché le cose che mi raccontavano i miei nonni da ragazzo, cose che io poi non ho fatto perché io sono proprio un figlio cha ha reciso questi legami con il saper fare, avevano qualcosa di magico. Oggi si è smesso di raccontare anche le storie, non c’è più il nonno che racconta, e il confronto con il passato è impietoso se pensiamo a quando tutti imparavano dal proprio nonno o dal proprio padre. Si imparava tutto quello che era necessario sapere della vita, di come si deve vivere. Questo legame tra le generazioni è spezzato. È effettivamente un legame che manca prima di tutto nella nostra realtà quotidiana… CHERCHI: eppure le cose ci sono, e progetti come quello di SlowFood “Gli orti scolastici” con il coordinamento dei nonni come guide sono importantissimi. Bisogna quindi riconoscere l’urgenza, ma anche la ricchezza di raccontare queste cose. Siamo in un mondo abituato a ritrovare altrove gli stimoli culturali anche per difficoltà di comunicazione. Perché con questi anziani bisogna anche saper parlare, ed è molto difficile aiutarli ad esprimersi. L’intento è quello di essere interessanti per più generazioni, e il nostro non deve essere un discorso che guarda al passato e basta, ma pesca nel passato per il presente e il futuro. Non è un passato che deve essere banalmente documentato, per finire poi in un archivio, ma deve essere uno strumento che muove la realtà anche per cambiarla. Quindi un recupero per poi ripartire verso il futuro con quelle basi. CHERCHI: facciamo un esempio: ai bambini piacciono la pizza, gli hamburger e i tortellini della nonna. Quindi i tortellini ci sono ancora, ma ai bambini non interessa farli con la nonna, come non fanno neanche la pizza e gli hamburger. C’è un rapporto con il cibo elementare e cioè il cibo si prende e si mangia. Invece il cibo c’è perché si lavora la terra per arrivare poi a saperlo cucinare. Invece questa generazione così legata al mercato è come se fosse ritornata improvvisamente nel paradiso terrestre, dove tutto era dato e bastava coglierlo. Siamo in un mondo nel quale alcuni sensi sono atrofizzati e altri amplificati. E l’educazione dei sensi come la intende SlowFood è effettivamente utile per risvegliare questa nostra parte “addormentata”. CHERCHI: Ricordiamoci che tutto nasce dall’esperienza, cioè dal rapporto tra l’uomo e quello che gli sta fuori, e quindi è qualcosa per forza di cose legato al corpo e ai sensi, non è qualcosa che sta solo nella mente o sono in un libro. È un modo di concepire la vita che deve essere recuperato. Poi il rapporto con la vita della civiltà contadina di queste zone è sicuramente differente rispetto a quello di altre zone. Questo perché la biodiversità è anche biodiversità culturale, perché in realtà tra biologia e cultura c’è un grande legame. Ed è per questo che studi e ricerche come il vostro possono realizzarsi – come proposto da Petrini all’inaugurazione dello SlowFood on film – anche in altre regioni e province italiane, perché l’Italia è ricchissima proprio grazie alla sua vocazione agricola e contadina di storie da raccontare e di saperi da tramandare. CHERCHI: nasce quindi l’esigenza di un grande programma educativo, un progetto che può dare grandi risultati. Come dicevamo la nostra ricerca si è svolta a Modena, ma può essere replicata ovunque. Sarebbe bellissimo, voi potreste essere i precursori di esperienze di questo tipo. CHERCHI: Credo che Petrini abbia in mente una cosa del genere, non so se poi riuscirà a realizzarla. In conclusione, i quaranta minuti presentati in cineteca saranno distribuiti in qualche modo? Farete uscire un DVD? LUSOLI: di progetti in testa ne abbiamo tanti, e magari riusciremo a collaborare ancora proprio con la cineteca. CHERCHI: l’idea che si faccia un DVD da diffondere in questa provincia e che possa essere usato come strumento a più livelli può essere incoraggiata dal fatto che sul nostro materiale si può lavorare ancora molto. LUSOLI: quello che è stato proiettato in cineteca è un taglio, e uno dei punti di vista che si possono sviluppare. CHERCHI: noi abbiamo già fatto una struttura per capitoli molto complessa, oppure si potrebbero realizzare una serie di monografie suddivise per argomento che raccontino diversi aspetti attraverso i filmati. Credo che però il nostro più grande risultato sarà rendere disponibile a chiunque ci voglia lavorare l’intero archivio in maniera tale che diventi un vero patrimonio. Questa è una cosa in cui credo molto, perché potrebbe servire proprio per le scuole e per progetti educativi. (s. m.) UN BREVE ESTRATTO: http://video.google.it/videoplay?docid=-8188420397103609986&q=rezdore&ei=Lj-DSO2YJZSK2wKkqMHkBA
Vincitori del concorso FINZFESTIVAL Rassegna nazionale e internazionale della produzione cinematografica rivolta ai giovani sui temi dell'ACQUA
Il duplice aspetto dell’acqua come madre, che dà la vita e come matrigna che distrugge, è uno dei focus delle pellicole selezionate. L’attenzione all’ambiente, all’ecologia, al consumo critico dell’acqua, viene catalizzata attraverso immagini in movimento sul grande schermo cinematografico: racconti scritti con la pellicola o altri supporti che, di volta in volta, celebrano l’oscura magnificenza delle acque degli abissi marini, la preziosa riserva liquida in luoghi desertici, la carica inquinante delle nubi contaminate, sanciscono la misura della follia umana, nel riscaldamento globale del pianeta, denunciano l’avvenuta trasformazione dell’acqua in oggetto di scambi commerciali; numerose declinazioni artistiche per celebrare, nella bellezza e nell’orrore, questo elemento naturale, indispensabile alla sopravvivenza umana, animale e vegetale (Ass. Gli anni in Tasca).Nell’intento di divulgare le tematiche del RISPETTO DELL'AMBIENTE e dell'EQUILIBRIO TRA UOMO E NATURA ed in particolare della condivisione SOLIDALE delle RISORSE IDRICHE nel mondo, è stato indetto dagli amici dell'Associazione "Gli Anni in Tasca", il concorso per il miglior cortometraggio legato al tema del Festival ACQUA MADRE MATRIGNA - http://www.finzfestival.it/
Premio della giuria del concorso cortometraggi "Acqua madre Matrigna" :
Ha vinto "Dead Fish" perché unisce il punto di vista originale all'immediatezza del messaggio. Emerge il legame profondo che lega l'acqua non solo alla vita che esiste, a quella che nasce ogni giorno, ma soprattutto ciò che la lega alla continuità che è insita nell'universo femminile. Molto curati fotografia e montaggio. Auguriamo all'autrice Antonella Villa un brillante futuro artistico.
Riconoscimenti del pubblico:
Per i
lungometraggi, riconoscimento speciale a "I figli della gloria" ("Szabadság,
Szerelem") di Krisztina
Goda: per aver saputo
realizzare al meglio le due vocazioni del cinema: quella della forma,
unendo in un film di grande spettacolo una regia rigorosa, un montaggio
avvincente, un'accurata ed elegante ricostruzione storica e
un'accattivante interpretazione; e quella dei contenuti, oggi troppo
spesso dimenticati da un cinema che non ricorda di non essere solo
intrattenimento, ricordando a un popolo un episodio fondamentale del
proprio passato e a tutto il mondo l'importanza del coraggio di difendere
i propri diritti, anche rischiando in prima persona
Per i documentari, riconoscimento speciale a "Per amore dell'acqua" ("Flow: for Love of Water") di Irena Salina: un film di denuncia, poetico e toccante... ...Diciotto film tra lungometraggi e cortometraggi, molti in prima visione nazionale ed europea, in lingua originale con sottotitoli in italiano, o con la traduzione in oversound per i più piccoli, opere provenienti da paesi lontanissimi tra loro: gli Stati Uniti di Flow: for love of water di Irena Salina e Eye of the dolphin di Michael Sellers, il Canada di Eve and the fire horse di Julia Kwan, Le dernier continent di Jean Lemire (contemporaneamente in concorso al Festival di Cannes), e dell’omaggio al grande artista Frédéric Back, la Cina di Marine friends (Hai yang peng you) di Qian Xiaohong, di Before the flood (Yan mo) di Li Yifan e Yan Yü , e dell’omaggio all’animazione cinese (una selezione di cortometraggi, di origine cinese, a partire dagli anni ’60 fino agli anni ’80, con l’elemento comune dell’acqua), l’Iran di Gipsy (Koli) di Ali Shah-Hatami, la Spagna di De profundis di Miguelanxo Prado, l’Ungheria di Children of glory (Szabadság, Szerelem) di Krisztina Goda e, infine, la Germania di The cloud (Die wolke) di Gregor Schnitzler. Modi differenti di fare cinema e di raccontare emozioni e storie. Dall’8 all’11 maggio 2008 quattro giornate dedicate all’acqua, con film, incontri con esperti, una mostra, e uno spettacolo teatrale per piccolissimi. La tavola rotonda dal titolo Acqua, utile, umile, preziosa e casta vede docenti e studiosi di fama internazionale impegnati in una riflessione approfondita sull’acqua come bene comune e diritto umano universale.
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NUMERO 5 2007 (DICEMBRE) EDITO DA CARACULT ASS.
FUorivista pubblicazIone di cinema e multimedia
NUMERO 6 2008 (MAGGIO 2008)
partecipa e RINGRAZIA
L'ASSOCIAZIONE "GLI ANNI IN TASCA" E IL COMUNE DI PIANORO, LA COMUNITà MONTANA CINQUE VALLI BOLOGNESI
per aver reso possibile il
FinzFestival Acqua madre matrigna
Rassegna della produzione cinematografica internazionale sul tema dell’acqua
Lungometraggi, documentari, film d’animazione, eventi collateralI.
Direzione artistica: Associazione culturale Gli anni in tasca
"Acqua porta via la guerra..." …Acqua
nascerà Acqua
pioverà Acqua (coro) Acqua
splenderà Acqua
porta via la guerra
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@ Copywright Paolo Pasquali - Fiume Orfento Abruzzo
Una nuova esperienza di Maria Lida Di Iorio
Al Cinema di Rastignano (Pianoro - Bologna), lo Star City Cinemas, si è realizzato un esperimento, voluto generosamente dai promotori dell'iniziativa e realizzato con tenacia da l'Associazione Gli Anni in Tasca.
Parlare ai giovani e a tutti, dei mille percorsi dell'Acqua, dei pericoli, dei selvaggi interessi, del rispetto, del conflitto, delle scelte che possiamo compiere per preservare questa fonte di energia sul pianeta, un pianeta sul quale muoviamo gli stessi passi tutti insieme, esseri viventi dotati di gambe o zampe, o code, o artigli, o nasi, o proboscidi o foglie, o rami.
Durante la proiezione di Before the flood, Prima del diluvio, o semplicemente, Prima dell'alluvione, quanti in sala l'hanno visto hanno piuttosto sofferto. Il regista cinese Li Yifan con Yan Yü, per il lungo tempo del suo profondamente realistico documentario, ha trascinato l'audio di una Cina continuamente incalzata dalla rumorosità di uomini e donne che pazientemente, dignitose formiche della società umana, destrutturavano con la rigorosa sistematicità della dinamite, e poi quasi a mano, mattone su mattone, ferro su ferro, conteggio di pallottoliere su conteggio di pallottoliere - e perdendo tutto - il loro mondo preesistente, le loro antiche città, per far posto alla Diga delle Tre Gole, la più grande al mondo, la cui validità ingegnieristica e geo-idrologica è tutta da verificare.
In altre sale, durante i giorni del FinzFestival, ci sono stati pesciolini dipinti con la grazia dell'Antica Cina, e delfini capaci di comunicare con giovani scienziate, e i premiati, il film sulla pallanuoto I figli della gloria, che sottende all'invasione d'Ungheria nel 1956 ad opera dell'Unione Sovietica, e il documentario Flow: per amore dell'acqua che dovrebbe essere davvero circuitato ovunque per le sue capacità di denuncia, senza trascurare il valore del discorso poetico.
Sono state proiezioni che, ad avere il tempo per tutte e non dover lavorare!, avrebbero soddisfatto di certo una gran sete e anche quella di tanti ragazzi e giovani (per quanti non sono potuti venire... non sapete cosa vi siete persi...)
Poi, l'acqua è gusto dell'immagine (chiedete alla rivista Fuorivista) e gusto della gola e delle labbra, un piacere sinestetico tra i più significativi dell'esperienza di vivere, ed anche piacere "slow-food", adatto ad essere consumato col cibo migliore, con la cura necessaria e con il rispetto che nasce dalla conoscenza.
Nel nostro sito potete guardare il trailer del film tedesco The Cloud, La Nube sul tema dei disastri nucleari e relativa contaminazione del cielo e della pioggia, un film coinvolgente fino alle lacrime per via della storia d'amore tra due ragazzi sensibili e quanto alla musica, fortissimo...
Il sabato pomeriggio, 10 maggio 2008, una cinquantina di eroi - perché fuori era primavera piena, prati in fiore, e nel cinema stavamo sulle nostre comode poltroncine ma desideravamo passeggiare - si sono incontrati a ragionare di scelte internazionali, scenari contraddittori, Acqua come Petrolio, anzi direi molto più che petrolio, predominio e assoggettamento, collaborazione e aiuti umanitari, terre devastate, ma anche forti passioni da parte di tanti cittadini combattivi.
Aleggiava il fantasma dell'egoismo umano, un cemento sociale senza confini, ideologie o sfumature della pelle, che siamo tutti chiamati a combattere da dentro di noi, insieme a noi, perché chi tira uno sciacquone in un paese ricco non sa cosa significa, non prova cosa significa, vivere una settimana, o forse molto di più, con la sola acqua di uno sciacquone.
E non bastano le guerre e le carestie, e i film sull'argomento, o la semplice bellezza delle immagini di un'incantevole lago nella cornice dei boschi, non bastano ad indurci, per cominciare, a comprare meno bottiglie d'acqua minerale nella loro bella confezione di plastica.
"Acqua porta via la guerra..." ACQUA (Bruno Lauzi/Djavan) di Loredana Bertéhttp://www.youtube.com/watch?v=BnQbHp8UvH4&feature=related
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