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Keith Haring: Street Art Boy

Keith Haring dipinge Grace Jones

Keith Haring: Street Art Boy

dir. Ben Anthony, Regno Unito 2020 (52 min)

 

In occasione del trentennale della morte di Keith Haring, Ben Anthony ha realizzato questo documentario dedicato alla vita e alle esperienze artistiche di Haring, che è anche una rivisitazione dell’epoca e dell’ambiente in cui Haring si è formato e poi si è fatto conoscere al mondo.

Il modo in cui Anthony affronta il suo tema è cronologico. Si prende le mosse quindi dalle

testimonianze dei genitori, sulla cittadina in cui la famiglia Haring abitava, Kutztown, una cittadina dormiente, in cui non accadeva niente, una cittadina senza graffiti, passando quindi alle testimonianze dell’amico Kermit Oswald. La loro amicizia, le passioni comuni, l’attivismo in un periodo in cui accadevano cose terribili come la guerra in Vietnam. Poi un improvviso interesse di Haring nei confronti del Jesus Movement, inteso più che altro come il desiderio, ancora informe, ma intenso, di fare parte di qualcosa.

A questo fa seguito il lavoro all’Arts and Crafts Center, a Pittsburgh, dove ha modo di vedere la retrospettiva di Pierre Alechinsky con cui trova un’affinità artistica. Da qui, bruciando i tempi, Haring lavorerà alla sua prima esposizione, a soli 20 anni, nel 1978.

Affiorano frasi che inquadrano già perfettamente una consapevolezza che cresce in fretta, istintivamente e razionalmente, in Haring, quando dice, per esempio: “Sapevo di dovere andare a New York”, dove la mitica Grande Mela è vista come l’unico posto in cui è possibile sfondare se si vuole fare ciò che lui voleva fare. E quello che voleva fare era nientemeno che un nuovo tipo di espressione artistica che fosse vicino alla gente. Portare l’arte là dove vive la gente, o dove pensa di farlo.

Ciò che Haring cerca è dunque una intensità di attività artistica e di vita: le due cose sono legate a cui segue la lenta comprensione della propria omosessualità e la ricerca di una scuola in cui potere approfondire le proprie passioni artistica lo porta alla SVA (School of Visual Arts).

Anthony , nel suo film, articola varie testimonianze tra cui ricordiamo quella di Kenny Scharf sulla New York degli anni Settanta e Ottanta, di Ann Magnuson che ricorda la bancarotta del 1978, anni difficili per New York, edifici abbandonati e diffusa criminalità, mentre dal punto di vista artistico c’era una forte diffusione di musica punk e del cinema underground. New York era il posto in cui le cose potevano accadere, dunque il posto in cui dovere essere.

Haring si cimenta anche con i video quali “Tributo a Gloria Vanderbilt”, ma per lui è importantissima anche la musica, anche come stimolo di esperienza artistica, i “Devo” su tutti: ascolta “Rock Lobster” dei B-52 mentre disegna fino a 20 ore di fila. Haring disegna in continuazione, lo ha sempre fatto, su tutto quello che trova a disposizione, non può smettere, vive per quello. Quando non disegna, vive le esperienze che una città piena di fermento culturale giobanile può offrire: “Nessuno nell’East Village aveva il televisore. Il nostro divertimento era uscire ogni sera. “ afferma Drew B. Straub, suo compagno di appartamento, il club 57, un modo per andare a Hollywood senza essere a Hollywood, e la vita, la vita artistica che voleva essere a contatto con la gente, rifiutando di essere elitaria.

“Cercavo ossessionatamente di capire perché sono un artista, o, se lo sono, perché lo sono”.

Le strade di New York e il fascino dei graffiti sui vagoni, all’esterno e all’interno, da ricoprire completamente le carrozze della metropolitana. “La competizione era con la pubblicità in un certo senso”

Poi l’incontro con Juan Debose, con cui stringe un rapporto profondo, il successo mondiale, l’apertura di Pop Shop nel 1986, primo negozio in cui saranno vendute opere pop art, avvenuto dopo avere fatto conoscenza di Andy Warhol e della sua concezione di arte come mercato. In questa vita, in quella di Haring, dei suoi amici, e in tutto il mondo fa irruzione, improvvisamente, la diffusione di qualcosa di inaspettato, l’AIDS. Dopo la diagnosi di essere affetto da AIDS, dopo la morte di Debose, Haring continua tuttavia a lavorare senza sosta, fino all’ultimo momento.

Realizzato in occasione del trentesimo anniversario della morte di Keith Haring questo documentario non vuole essere solo celebrativo, ma un modo per fare conoscere un’artista che rimarrà giovane per sempre, legando la sua carriera artistica all’ambiente newyorchese underground degli anni Ottanta.

(Fabio Matteuzzi)

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